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CORO DI SANTA CHIARA  

CORO DI SANTA CHIARA
"Chi canta prega due volte", come non rispondere alla riflessione di Sant'Agostino ?, vieni anche tu a cantare con noi, tutti i sabati alle 16.00 c/o la Chiesa di Santa Chiara per le prove......aspettiamo                                                               

P.S. non servono professionisti ma solo volenterosi!

   
         
MERCATINO ANTIQUARIATO 1°Domenica di ogni mese  

 VOLONTARIATO

Ogni prima Domenica del mese vengono venduti al Mercatino gli oggetti raccolti in Parrocchia per raccogliere fondi per la costruzione della Nuova Chiesa. Occasione per incontrare i Parrocchiani e non e sentire dalla loro voce i pensieri e idee per far crescere la 'loro' Parrocchia. I figli, i nipoti, i parenti possono far crescere la loro cultura del vivere nella vita Parrocchiale.

       
PRESEPE di S. Chiara   Costruzione del Presepe e di tutta la preparazione per il periodo Natalizio per la gioia e la felicita' di tutta la realta'  Parrocchiale.   
       
ALTRE ATTIVITA'   Leggi sotto la voce catechesi sacramentale altre attivita' Parrocchiali  
       

Sacerdote Vittorio Nozza

Assemblea Pastorale Diocesana 21/22-9-2007

 

Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno

ASSEMBLEA PASTORALE DIOCESANA

Verso il Sinodo diocesano

Latina, Teatro San Marco - 21-22 settembre 2007 - ore 16.30-19.00.

LA DIOCESI:

CHIESA PIU’ - UNA CHE TESTIMONIA LA CARITA’

(sac. vittorio nozza – direttore Caritas italiana)

 Premessa

 

Il capitolo quarto della nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale “Rigenerati per una speranza viva (1Pt.1,3): testimoni del grande -sì- di Dio”, intitolato “la Chiesa della speranza”, ci offre un quadro di riferimento significativo e ampio per dare sviluppo al tema che è consegnato a questa Assemblea pastorale diocesana. In questo quarto capitolo sono presenti le tematiche che stanno alla base della riflessione che tenterò di prendere in considerazione a partire dal tema che mi avete assegnato per questa vostra Assemblea pastorale diocesana: “La diocesi: chiesa più-una che testimonia la carità”.  Un capitolo, quello della nota pastorale della CEI dopo Verona, che si sviluppa su questi paragrafi: 

 

 

-          Una Chiesa e una santità “di popolo” (n.20)  -          Per una pastorale rinnovata (n.21) -          La persona, cuore della pastorale (n.22) -          La cura delle relazioni (n.23) -          La corresponsabilità, esigente via di comunione (n.24) -          Una pastorale sempre più “integrata” (n.25) -          Dare nuovo valore alla vocazione laicale (n.26)  -          Una forma della comunione: la convergenza tra le aggregazioni (n.27) -          Una nuova pastorale vocazionale (n.28) 

Tentando di dare sviluppo al tema assegnatomi “La diocesi: chiesa più-una che testimonia la carità”, spero, nella chiarezza e nella semplicità, di riuscire a portare la vostra attenzione sui seguenti passaggi:

-          Quale volto ha Dio, la Chiesa e la Caritas?

-          Quali possibili e doverose scelte di animazione alla comunione e alla testimonianza comunitaria della carità?

-          Dove e come realizzare queste scelte di animazione alla comunione e alla testimonianza comunitaria della carità?

-          Un itinerario di conversione pastorale per una vera animazione alla comunione e alla testimonianza comunitaria della carità.

 

1.      Quale volto ha Dio, quale volto ha la Chiesa e quale volto ha la Caritas?“L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato” (Deus caritas est, 20). 

1.1. Quale volto ha Dio? La cultura che respiriamo ci immerge in un individualismo libertario, inadatto ad affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Una cultura che è complessata nei confronti di Dio: non c’è buona, equilibrata armonia tra Dio e l’uomo, tra la sapienza divina e la sapienza umana. I più evoluti, i più moderni preferiscono relegare Dio nel privato delle singole coscienze. In questa situazione difficile è urgente trovare una bussola, trovare ciò che è essenziale alla nostra vita. Essenziale, oggi, è un rinnovato accordo con Dio, una rinnovata capacità di dialogo con la sua sapienza e il suo amore. “Quale volto ha l’amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? Nessuno lo può dire. Tuttavia l’amore ha piedi che lo conducono alla Chiesa, ha mani che donano ai poveri, ha occhi con i quali si scopre chi è nella necessità, ha orecchi riguardo ai quali il Signore dice: chi ha orecchi per intendere intenda”. Queste parole di S. Agostino nel suo commento alla prima lettera di S. Giovanni esprimono bene, da un lato, la grande fluidità dei contorni della virtù teologale della carità ma, d’altro lato, anche la sua concretezza e rilevanza.

 

 

 

 

“Dio è amore. Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”. Così Giovanni nella sua prima Lettera e così Benedetto XVI inizia la prima enciclica del suo pontificato dal titolo “Deus caritas est”. Non sfugge a nessuno il richiamo di Benedetto XVI: alla centralità dell’amore, alla passione per l’amore,  all’identificazione tra amore e “caritas”, alla forza e alla mitezza dell’amore. Da Dio alle sue creature e da una creatura all’altra l’amore segue due percorsi di luce:

-          un percorso che scende da Dio e risale verso Dio;

-          un altro, circolare, che avvolge in un abbraccio comunitario l’umanità intera, tutti e ciascuno, senza distinzione di razza e di fede.

La prima enciclica di Benedetto XVI si offre a noi come una grande catechesi sull’amore di Dio per l’uomo che si prolunga nei rapporti tra gli uomini, con tutte le conseguenze ed implicazioni.

 

 

 

 

1.2. Quale volto ha la Chiesa?

 

La domanda non è priva di rilevanza se vogliamo pensare e progettare una pastorale e una testimonianza di Chiesa in termini di risposta al dono di amore e all’appello all’amore che viene dal Signore. Una risposta che ha bisogno di verificarsi sulla realtà, ma che non può prescindere dalle intenzioni. Alla base di queste intenzioni c’è anzitutto la volontà di essere Chiesa che non si rinchiude in un’introversa difesa della propria identità, ma vuole spendersi quotidianamente dentro la storia. Una Chiesa che innamorata perdutamente del suo Signore, osa pensare in termini progettuali per promuovere percorsi nuovi, per incontrare Cristo e diventare così ogni giorno più cristiani.

 

 

 

 

 

 

 

Tale prospettiva è maturata nella Chiesa italiana attraverso le grandi linee e gli orientamenti che ci hanno guidati nei decenni scorsi fino ad oggi. In questi cammini c’è una precisa consapevolezza dell’urgenza dell’evangelizzazione, un asse di sintesi attorno al quale le nostre comunità si sono protese per rinnovare educativamente il loro volto alla scuola del Concilio.

 

 

 

 

 

 

 

Al convegno ecclesiale di Palermo, nel 1995, si chiese un salto di qualità congiungendo una più intensa spiritualità e una più coraggiosa presenza di Chiesa nelle vicende della storia: contemplazione e missione, appunto. Da questo volto di Chiesa intenzionalmente più contemplativo e missionario scaturiscono alcune scelte che possono delineare per oggi e domani il profilo della Chiesa in Italia:

 

 

 

-          cresce la sete di ascolto, di incontro e di relazione;

 

 

 

-          cresce l’esigenza di frequentare gli spazi di vita della gente per provocarli, per “iniziarli” al Vangelo e per arricchirli della sua proposta di vita;

 

 

 

-          emerge l’esigenza di una Chiesa più aperta al confronto e alla presenza culturale nei luoghi più diversi;

 

 

 

-          si sente il bisogno di dare un respiro nuovo al rapporto con il Paese nel sociale e nel servizio proprio della politica, cioè della ricerca del bene comune;

 

 

 

-          cresce l’esigenza di preservare e rilanciare la natura popolare della Chiesa, soprattutto attraverso un’attenzione più missionaria alla parrocchia.

 

 

 

 

 

 

 

1.3. Quale volto ha la Caritas?

 

Dentro questo cammino la comprensione della Caritas, come Organismo pastorale, è facilitata se la si considera alla luce di alcune convinzioni quali:

 

 

 

-          la concezione della Chiesa come comunione-comunità che si sviluppa attorno alle tre dimensioni fondamentali: l’annuncio della parola, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità;

 

 

 

-          la visione di Chiesa come soggetto di pastorale, responsabile nel suo insieme di tutta la vita ecclesiale e quindi anche dell’esercizio della carità;

 

-          la rivalutazione della Chiesa particolare nella quale si fa evento e si rende presente la Chiesa universale con l’accentuazione della presenza della Chiesa nel mondo come anima e fermento di ogni espressione di umanità;

 

-          e infine la riscoperta della cultura della carità, in fedeltà alla visione evangelica, con la sottolineatura della sua valenza liberatoria e del suo conseguente stretto legame con la giustizia e la pace: “Non sia dato per carità ciò che deve essere dato per giustizia” (AA.8).

 

 

 

 

 

La Caritas chiamata a questo modo di presenza deve sempre più dare sviluppo ad uno stile di approccio alla realtà attraverso un metodo di lavoro pastorale basato costantemente sull’ascolto, l’osservazione e il discernimento per arrivare ad animare l’intera comunità e il territorio. Tutto questo impegna la Caritas a sviluppare le sue tre grandi vocazioni:

 

 

 

-          la promozione di una cultura evangelica sulla carità che recuperi e traduca in termini visibili e comunitari le caratteristiche della carità di Gesù;

 

 

 

-          l’inserimento della dimensione caritativa, nella pastorale organica della Chiesa locale;

 

 

 

-          l’educazione comunitaria, secondo il metodo della pedagogia dei fatti, che impegna la comunità a partire dai problemi, dai fenomeni di povertà, dalle sofferenze delle persone, dalle lacerazioni presenti sul territorio, per costruire insieme a loro risposte di prossimità, di solidarietà e per allargare il costume della partecipazione e della corresponsabilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.     Quali possibili e doverose SCELTE di animazione alla comunione e alla testimonianza comunitaria della carità?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.1.             Prima SCELTA.

 

 

 

Curare la spiritualità della speranza, che dà senso alla testimonianza di carità, negli animatori e operatori pastorali.

 

 

 

 

Un’attenzione che dovrà attraversare tutti i confronti e gli approfondimenti, i vari progetti, le presenze dentro il vissuto e i mondi dei poveri, nella comunità e nel territorio è quella di una spiritualità di povertà e di condivisione nella prospettiva del Regno che viene (Carta pastorale Caritas – Lo riconobbero nello spezzare il pane, 42). Gli operatori e gli animatori della carità, dice Benedetto XVI: “…devono essere persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato con il suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo. Il criterio ispiratore del loro agire dovrebbe essere l’affermazione di Paolo: l’amore del Cristo ci spinge (2Cor.5,14)” (Deus caritas est, 33).

 

 

 

Questa spiritualità non è un’attività parallela e a fianco del prendere corpo della propria vocazione in un luogo e in un tempo determinati, vicino a fratelli e sorelle che non ci siamo scelti, davanti a problemi che ci interpellano e ci chiedono di vestire i panni testimoniali del buon Samaritano (Lc.10,25-37). Una spiritualità che ci fa stare ogni giorno sulla strada della prossimità, che da Gerusalemme porta a Gerico e che dalla domenica porta alla ferialità, per imparare a partire sempre da una radicata familiarità con il pane della parola, dell’eucaristia e della carità per garantire gratuitamente prossimità nelle disperazioni e negli abbandoni che caratterizzano il vissuto dei poveri. Per assumere un vedere e un osservare orientato agli altri e al territorio, ricco di misericordia, dialogo e riconciliazione, profondo e ampio, capace di farci essere sentinelle dentro il territorio e la comunità. Per imparare a sentire e ad esprimere compassione mettendo concretamente le proprie mani a servizio dei fratelli. Per esserci nel tentativo di farci essere gli altri (comunità e territorio) operando sempre più per favorire la costruzione del mosaico dell’amore, educando e animando a vedere, ad ascoltare, ad intervenire e a coinvolgere: “va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Una spiritualità che si realizza nel proporre e propugnare una visione unitaria della vita personale e comunitaria, che rifiuta ed evita ogni pericolosa schizofrenia e ogni contrapposizione, che indica lo stretto e connaturale legame che abbraccia fede, preghiera e amore. Parola, sacramento e testimonianza di carità.

 

 

 

 

 

 

 

Una spiritualità dove le situazioni di bisogno e i molti volti della sofferenza, della fragilità, del disagio e dello sfruttamento interrogano la vita dell’intera comunità, le sue attività ordinarie, il senso profondo di gesti spesso dati per scontati. Questi volti e storie esortano a camminare nella carità caratterizzandola di concretezza e immediatezza, di competenza e passione, di progettualità e gratuità, di spiritualità e speranza. Gesti concreti, impegni personali e familiari, accoglienza e ospitalità nella propria casa o nelle locande dell’accoglienza comunitaria, messa a disposizione gratuita del proprio tempo e delle proprie capacità, presa in carico da parte della comunità cristiana di un servizio continuativo, legami durevoli nel tempo con una comunità del Sud del mondo, prossimità e interventi di solidarietà nelle emergenze, … devono essere le occasioni, “il kairòs”, per crescere come famiglia di Dio, per aprirsi a una fraternità sempre più ampia e vera. Agire nel quotidiano, sporcarsi le mani con i poveri, progettare insieme le risposte e riflettere sul senso di quello che si fa, di che cosa cambia nella vita degli ultimi e della comunità che li accoglie, della gente che vede, valuta, critica, prende le distanze o si lascia coinvolgere in questo agire, sono orizzonti che si aprono percorrendo la via della povertà, della prossimità, del servizio e del dono di sé. Ed ancora, lo stretto collegamento tra impegni di carità e doveri di giustizia, la percezione che per risolvere i problemi bisogna risalire alle cause e contrastarle, il legame esistente tra lo sviluppo dei popoli e lo sviluppo della pace nel mondo, la necessità di saldare insieme le grandi prospettive di cambiamento sociale e politico con i piccoli passi quotidiani e con la coerenza personale e comunitaria.

 

 

 

 

 

 

 

Una spiritualità dove il modo di ascoltare la parola di Dio si trasforma, diventa spada penetrante, buona notizia che chiede riscontro là dove la vita è più offesa, degradata e crocifissa. Conseguenza di ciò è il dono di sé, non ostentato né scontato, sottoposto a continua verifica sulla capacità di rinnovare la vita per fedeltà alla Parola. La spiritualità di cui c’è bisogno per dare un’anima alla testimonianza della carità è la spiritualità di speranza capace di tenuta di fronte alle prove e agli insuccessi, che accetta la fatica del servizio meno gratificante, che vede un cammino di salvezza anche nelle situazioni umane più degradate, che mette in crisi l’efficienza paga dei suoi risultati, dell’organizzazione e delle strutture, dell’uso del denaro e del rapporto con la politica. Una spiritualità che fa sì che non ci si accontenti della beneficenza e della filantropia. E perché ciò possa accadere è indispensabile un profondo legame tra l’azione pastorale della Caritas e tutta la vita della comunità cristiana, tra la professione di fede e l’agire del credente, tra il dono dell’Eucaristia e la disponibilità a farsi dono ai fratelli.

 

 

 

 

 

 

 

La spiritualità che nasce dall'esercizio della carità è una spiritualità con un movimento e una dinamica missionaria che fa dell'incontro, del rapporto e del dialogo i suoi capisaldi, perché è capace di scorgere sapienzialmente la presenza e l'opera di Dio dentro le realtà create. E’ una spiritualità che concerne l'uomo, e non solo i suoi problemi, la sua intera esistenza personale e sociale: la scuola, l'ambiente professionale e di lavoro, la comunità politica, la salute e la malattia, l'amore e la famiglia, come pure i valori della pace e della mondialità, del servizio e della solidarietà, della giustizia e della carità. È una spiritualità che si traduce e si avvale della pedagogia dei fatti e in un certo senso si misura su di essi, non tanto nella ricerca esasperata di essere presenti e attivi ovunque, quanto piuttosto con la certezza che la fede non si esaurisce nella sua professione, ma si manifesta nella sua incarnazione. E’ una spiritualità che ci porta a fare la proposta, per le comunità parrocchiali, di stili di vita alternativi alla cultura e alle mode correnti: l'attenzione ai poveri; l'uso ricco di gratuità del proprio tempo e del proprio denaro; il senso e la dignità dell'altro; l'accoglienza e il rispetto della diversità; l'apertura delle proprie case; una qualche forma di condivisione dei beni; il rifiuto dello spirito di cosificazione, di litigiosità e di maldicenza; le azioni di ascolto, di relazione, di dialogo e di riconciliazione nei contesti di vita ordinaria. In questo senso circolare che tocca realtà esterne e interiori, materiali e spirituali, teologia e organizzazione, spiritualità e strutture, si colloca la finalità pedagogica specifica, la finalità animativa che è affidata alla comunità cristiana, alle realtà più vivaci di essa e all’organismo pastorale Caritas.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.2.            Seconda SCELTA.

 

 

 

Abitare e frequentare i territori, la vita e la cultura degli uomini d’oggi.

 

 

 

 

 

 

 

È necessario assumere la fatica di individuare e di offrire strumenti per realizzare lo slancio missionario che segna i propositi delle Chiese in Italia. Al desiderio di stare con amore tra le case, di andare dentro le case, di frequentare le ordinarie relazioni tra le persone occorre dare braccia e gambe concrete. Si pone qui anzitutto la necessità di moltiplicare e qualificare i luoghi di incontro con gli uomini del nostro tempo, di scoprire, sperimentare e proporre nuove forme di ascolto, condivisione, osservazione con tutte le persone. Ma emerge anche l’esigenza di costruire e offrire spazi liberi da ansie operative per impastare pensieri e saperi diversi, comporre visioni differenti e diversi punti di vista sulla realtà, sulle tematiche e problematiche del nostro tempo. Occorre, al riguardo, investire energie e risorse nella costruzione di un nuovo rapporto tra carità e cultura, tra le azioni e le progettualità che donano amore e i modi ordinari e correnti di pensare e di agire della gente.

 

 

 

Certamente non si tratta di far assumere all’organismo pastorale Caritas e alle realtà caritative della Chiesa una dimensione accademica né, semplicemente, di costruire un cappello culturale per le molteplici attività. È indubbio che per l’organismo pastorale sono i fatti, le opere di misericordia il modo più vero e più ricco di fare cultura, di proporre scelte e stili di vita, di far stare dentro una dimensione comunitaria del vivere la carità nella propria vita. Ma non possiamo nasconderci la difficoltà, sperimentata ogni giorno, di incidere concretamente nella mentalità della comunità ecclesiale e civile. Ad esempio, quanta distanza e contrapposizione permane, in larghe fasce di popolazione anche delle nostre comunità parrocchiali, tra le molteplici azioni di accoglienza messe in atto in questi anni dalle numerose realtà di Chiesa e la disponibilità all’accoglienza, alla relazione e all’integrazione degli immigrati nelle ordinarie situazioni della vita quali il condominio, il lavoro, la scuola, le amicizie, il tempo libero. È come se tutta la ricchezza delle molteplici opere ed esperienze donate in questi anni fosse una “luce sotto il moggio”. Non illumina e non scalda, né le menti, né i cuori, né le prassi, né le scelte di vita e di politica dei nostri territori. Perché?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.3.            Terza SCELTA.

 

 

 

Occorre un impegno convinto e ampio nel tessere reti, promuovendo incontro, relazione e comunione.

 

 

 

 

 

 

 

L’impegno pastorale di animazione della comunità al senso della carità chiede, in modo particolare alla Caritas la disponibilità e la capacità di promuovere l’incontro tra le realtà e le culture diverse di ascolto e osservazione, di discernimento e servizio, di formazione e promozione, di intervento e condivisione facilitando la relazione, la comprensione, lo scambio di esperienze e cammini tra realtà diverse, nel far emergere da ciascuna di esse ciò che può migliorare questo processo e “tenerle insieme” in modo costruttivo. Alla Caritas diocesana e alle Caritas parrocchiali, chiamate prioritariamente ad animare, è chiesto di porsi a servizio di tutto questo, cioè di viversi come lievito nella massa, come luce nella casa, come sale della terra. Alle Caritas, chiamate ad essere costantemente in ascolto, in relazione e a servizio dei poveri, è chiesto anche di essere a servizio di tutte le realtà caritative, promozionali e assistenziali, espressione della propria Chiesa locale, per conoscerle, capirne i bisogni e le difficoltà, porle a confronto tra di loro, sostenerne con risorse e apporti formativi le opere e i servizi ai poveri, così da essere aiutate ad esprimersi sempre più a dimensione comunionale-comunitaria-ecclesiale.

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di crescere nella capacità di animazione, di coordinamento e di tessitura a rete come animatori e operatori della pastorale della carità per favorire comunione e costruire comunità. Alle Caritas compete la diffusione dei luoghi di comunione, di confronto, di partecipazione e di collaborazione tra le varie espressioni caritative della Chiesa. Un compito peculiare che – diversamente dalla pura attivazione di opere (necessarie) – nessun’altra realtà può svolgere. Forme di coordinamento socio-pastorale, generate dalla convinzione del carattere ecclesiale della carità, in cui l’organismo Caritas possa servire animazione per avere non solo le mani, ma anche la testa e il cuore in pasta.

 

 

 

Puntare a realizzare questo servizio di coordinamento e di tessitura a rete delle opere caritative della chiesa implica, per le Caritas, un serio impegno ad investire maggiormente e concretamente sulla promozione e animazione delle opere caritative ecclesiali: in termini di supporto formativo ed economico, attraverso l’offerta di competenze specifiche, con la condivisione dei contatti, la valorizzazione attraverso forme più o meno raffinate di mappatura e messa in rete, senza disattendere quel ruolo di denuncia e di stimolo nei confronti delle istituzioni perché siano garantite le giuste risposte ai bisogni delle persone, in particolare delle più in difficoltà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.4.            Quarta SCELTA.

 

 

 

Garantire, in modo ricco, il supporto della formazione del cuore e la promozione delle esperienze educative.

 

 

 

 

 

 

 

Si coglie sempre più la necessità di predisporre e servire concrete e costanti proposte di formazione base, specifica e permanente in grado di «sollecitare la presenza di animatori che, oltre ad un’adeguata preparazione professionale, siano attenti alla “formazione del cuore”, al percorso, quindi, che riguarda la fede, la spiritualità e le ragioni del proprio servizio». La formazione professionale – potremmo dire la “formazione al servizio” – come sottolinea il Papa nella Deus Caritas est,  è necessaria, è importante per servire bene le persone. Ma non sufficiente. Lo specifico della formazione alla carità non è solo formare operatori perché “facciano qualcosa nell’ambito della carità”, ma perché possano assumere stili, scelte e impegni ricchi di quella dimensione di carità che li fa essere presenti nel mondo per visibilizzare il volto di un Dio che è amore. Come, però, raggiungere un traguardo così ambizioso?

 

 

 

 

 

 

 

Se la sfida quotidiana è l’integrazione tra fede e vita e se questa integrazione è la misura dell’efficacia del sistema educativo ecclesiale allora la formazione da mettere in atto deve interpellare continuamente la vita e, dalla vita stessa, lasciarsi costantemente interrogare. Si tratta di investire in percorsi ed esperienze educative per produrre cambiamento nelle persone e nelle organizzazioni. Proposte di formazione in cui l’esperienza (l’incontro, il servizio, la comunicazione, l’osservazione della realtà, l’accompagnamento di soggetti più deboli, la ricerca di politiche sociali, la difesa dei diritti, l’accompagnamento delle Caritas parrocchiali, …) si impasti con le riflessioni e le proposte in aula, ne venga illuminata e le completi a sua volta. È un metodo pedagogico che la Chiesa assume dal suo Signore, il quale non comunica solo attraverso messaggi verbali, ma si serve di esperienze e luoghi di relazione. La stessa fede, secondo Benedetto XVI, nasce in questo modo: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1).

Pertanto le proposte formative non dovranno puntare all’abilitazione di maxi esperti, ma alla formazione dell’animatore pastorale della carità.. Colui che, partendo da qualsiasi ambito di presenza ed impegno (centro di ascolto, servizio civile, laboratorio promozione Caritas parrocchiali, opera segno, centro di accoglienza, …) sia capace di utilizzarlo a mo’ di leva, di grimaldello per la prioritaria finalità che è quella di animare al senso della carità la comunità e il territorio. Gli esempi possono essere numerosi. I processi di animazione si realizzano attraverso azioni che mirano a sollecitare e attivare diversi mondi e specificità locali: l’informazione e la sensibilizzazione; la promozione di reti di realtà caritative, pastorali e non; l’intercettazione e la proposta di spazi e luoghi di servizio; la promozione di luoghi di confronto, discernimento e verifica; l’accompagnamento delle esperienze; … Sono queste azioni comuni ai diversi ambiti d’impegno delle Caritas diocesane: dal servizio civile al laboratorio caritas parrocchiali, dalle progettualità 8xmille al tavolo delle politiche sociali, dai centri di ascolto ai vari strumenti e luoghi dell’osservazione permanente, …

 

 

 

 

 

 

 

L’esigenza, pressante per la Chiesa tanto quanto per la società civile, è quella di contare su animatori capaci di vedere il tutto, pur operando e servendo, nel particolare, i poveri, la Chiesa e il territorio. Formare un animatore significa proporre e gradualmente aiutarlo a maturare una visione di insieme, globale appunto, capace di orientare uno stile di presenza e di impegno – più che un impegno specifico – nella Chiesa e nel territorio: uno stile di animazione, fortemente segnato dalla gratuità. La gratuità, infatti, segna il profilo specifico della carità. Ne è l’espressione più significativa. Non può essere schiacciata nella dimensione economica e utilitaristica, ma dice che la carità è “un di più”, che supera la giustizia e sarà sempre necessaria. È una nota di stile, il gusto di vivere per gli altri da cui nasce un modo di essere presenti in termini vocazionali: da volontari, operatori retribuiti, ministri ordinati, consacrati, …

 

 

 

 

 

 

 

 

2.5.            Quinta SCELTA.

 

 

 

Il tutto messo a servizio della crescita del volto missionario delle parrocchie.

 

 

 

 

 

 

 

Una parrocchia missionaria è chiamata a mettersi in ascolto delle domande reali della gente e ad accompagnarne la vita secondo i suoi ritmi reali. Dal territorio fisico occorre alzare lo sguardo verso i molteplici territori antropologici della vita delle persone. Da una parrocchia centrata su se stessa occorre passare ad una parrocchia che scopre le proprie “periferie“, i luoghi in cui la gente vive. Questa parrocchia è chiamata continuamente ad assicurare la dimensione popolare della Chiesa, rinnovandone il legame con il territorio nelle sue concrete e molteplici dimensioni sociali e culturali: c’è bisogno di parrocchie che siano case aperte a tutti, si prendano cura dei poveri, collaborino con gli altri soggetti sociali e con le istituzioni, promuovano cultura in questo tempo della comunicazione. È fondamentale, pertanto, assumere lo sforzo di collocare ogni esito del ricco confronto tra esperienze molteplici e ogni risultato delle riflessioni sull’animazione di questa Assemblea pastorale diocesana e del cammino che ne seguirà, al livello delle parrocchie, luoghi pastorali ordinari sebbene non unici, per la promozione e l’animazione alla testimonianza comunitaria della carità. Si tratta di farci seriamente e convintamente carico di quella fatica ed impegno a far crescere il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia.

 

 

 

 

 

 

 

Per la Chiesa locale, per le Caritas questo comporta l’assunzione di un assetto organizzativo più funzionale a questo servizio: «L’amore - dice Benedetto XVI nella Deus Caritas est - ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato» (DCE, 20). Dal 1999 lo strumento pastorale che Caritas Italiana propone per realizzare questo impegno è il Laboratorio diocesano per la promozione e l’accompagnamento delle Caritas parrocchiali. Sembra sempre più necessario, utilizzando il metodo pastorale: osservare, ascoltare e discernere, sviluppare la capacità di proporre alle parrocchie un accompagnamento mirato nella realizzazione di azioni e percorsi educativi che da un lato promuovano la sperimentazione del metodo e dall’altro ne garantiscano la diffusione. Si tratta di far maturare il metodo come stile, anzitutto nei luoghi di partecipazione e discernimento, negli spazi di confronto e intervento, anche con le istituzioni e le altre realtà del territorio, nella realizzazione di possibili progetti comuni.             L’avvio di un centro di ascolto, la realizzazione di uno studio sulle povertà, la mappatura delle risorse presenti sul territorio, ma anche la valorizzazione della scelta di servizio civile di alcuni giovani, la proposta di sostegno economico ad un progetto di cooperazione internazionale, un centro diurno, un progetto per i rifugiati, una mensa per i senza dimora, un centro di accoglienza per donne sfruttate,… Tutto deve essere intenzionalmente finalizzato, secondo una progettualità graduale, ad aiutare le parrocchie e i gruppi in essa presenti a costruire relazioni, a comprendere la realtà in cui si muovono, a conoscere e far conoscere risorse, fatiche, esigenze, ad attivare le risorse presenti a partire dai bisogni, a proporre azioni e ad accompagnare percorsi per moltiplicare attenzioni, sensibilità, risposte, esperienze di giustizia e solidarietà, accompagnamento alla difesa dei diritti, ... È tempo, insomma, di lavorare per fare sì che ciò che realizziamo in termini di ascolto, osservazione, discernimento e opere non rimanga solo sui dossier, sui rapporti, sui bilanci, ma entri nell’anima delle comunità, aiutandole a crescere a loro volta nella capacità di evangelizzare attraverso l’ascolto, l’osservazione, il discernimento, le opere di misericordia corporali e spirituali

 

 

 

 

3.     DOVE e COME realizzare queste scelte di animazione alla comunione e alla testimonianza comunitaria della carità?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.1.             Animare alla testimonianza comunitaria della carità a partire dai luoghi del confronto, della partecipazione, della corresponsabilità e della costruzione della comunione-comunità.

 

 

 

 

 

 

 

“L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della parola di Dio (kerygma-martyria), celebrazione dei sacramenti (liturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro. La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua stessa natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza” (Deus caritas est, 25a).

 

 

 

 

L’animazione alla testimonianza comunitaria della carità ha a cuore in modo particolare la messa in atto di un metodo pastorale che, a partire da una costante azione di ascolto, osservazione e discernimento, porti: alla cura dei luoghi pastorali del costruire comunione, all’individuazione delle mete, alla crescita delle attenzioni e degli stili di vita e al superamento di alcuni facili rischi.

 

 

 

 

a)       L’animazione alla testimonianza comunitaria della carità chiede una cura particolare dei luoghi pastorali del costruire comunione:

 

 

 

-          dal Consiglio pastorale primo ed essenziale luogo della comunione e della comunicazione pastorale, al Consiglio per gli affari economici, luogo della comunione dei beni raccolti e distribuiti per le esigenze di fede, di culto e di servizio ai poveri;

-          dai ministeri istituiti o di fatto che sono il luogo della relazione viva e della comunicazione accogliente: basti pensare al compiti dei ministri straordinari dell’eucaristia, che prolungano nelle case (malati, anziani, handicappati, ...) il clima della celebrazione festiva nel giorno di Signore; alle tante potenzialità ministeriali, da sviluppare soprattutto come importanti apporti a una pastorale integrata;

-          dal tono accogliente e familiare che l’intera comunità può ricevere dalle famiglie, alle associazioni, gruppi e movimenti che possono essere i luoghi della comunione nella missione;

-          dai luoghi di aggregazione (Oratori, Centri giovanili, …) che sono preziosi strumenti per la comunione e la comunicazione educativa, ai luoghi e alle opere-segno per l’accoglienza e il servizio ai poveri, che mentre traducono in segni visibili la testimonianza comunitaria della carità, sono altresì occasioni di educazione alla prossimità e al servizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

b)       L’animazione alla testimonianza comunitaria della carità, che si articola in segni, iniziative, gesti, opere, istituzioni e quant’altro lo Spirito suggerisce e la storia sollecita, chiede di individuare e tendere ad alcune precise mete:

 

 

 

-          L’amore annunciato, creduto e celebrato attende un ritorno di espressioni, di opere e di fatti che non possono essere delegati ad alcuna componente della comunità, ma è la comunità tutta che si rivela come comunità di comunione, di fraternità e di carità.

-          Gli atteggiamenti e i gesti della comunità e dei singoli cristiani devono rendere ragione di un Dio che è amore; il cristiano e la Chiesa non amano i fratelli per filantropia, ma perché Cristo e come Cristo li ha amati; lo stile della condivisione, del servizio, della reciprocità accogliente, il maturare una vita nella logica della restituzione, sono i modi evangelici della vita del cristiano e della comunità cristiana.

-          Il povero ci evangelizza, è uno dei volti, è una delle parole, è uno dei segni e delle presenze attraverso cui Dio si rivela a noi: “Poveri e Vangelo si illuminano a vicenda” (Lo riconobbero nello spezzare il pane, 2).

-          La carità non è solo l’applicazione morale che segue l’atto di fede, ma anche la via che conduce alla fede, “Sempre e per natura sua la carità sta al centro del Vangelo e costituisce il grande segno che induce a credere al Vangelo” (Evangelizzazione e testimonianza della carità, 9).

 

 

 

 

c)        L’animazione alla testimonianza comunitaria della carità deve tener conto di alcune attenzioni e stili di vita, nel servire la crescita della comunità:

 

 

 

-          Deve anzitutto indicare un concreto stile di prossimità che privilegia la relazione, la compagnia, la presa in carico, l’empatia, la condivisione come traduzione del mistero dell’incarnazione.

-          Deve favorire la cura delle relazioni primarie: familiari, di buon vicinato, di appartenenza sociale e culturale perché la persona sia aiutata nella presa di coscienza attiva della propria identità e ricchezza e sia aiutata a stabilire relazioni costruttive in dialogicità armoniosa.

-          Deve promuovere partecipazione nelle decisioni di iniziative culturali, educative, formative, informative, ricreative attraverso un’attenta e rispettosa consultazione e coinvolgimento dei soggetti-destinatari.

-          Deve rendere la comunità un’esperienza educativa alla partecipazione, alla corresponsabilità, capace di maturare sussidiarietà diffusa anche negli stili e nei comportamenti affinché partecipare significhi effettivamente sentirsi parte, con libertà e responsabilità.

-          Deve allargare l’attenzione e gli interessi della comunità e dei singoli oltre l’immediato verso gli orizzonti del Regno, attraverso: il rispetto e la ricerca di itinerari di crescita ai valori della vita e della pace; un’azione politica e sociale per la promozione della giustizia; stili di vita personali e familiari improntati a sobrietà ed essenzialità; un’attenzione all’ambiente come impegno pedagogico e fattivo.

 

 

 

 

d)       L’animazione alla testimonianza comunitaria della carità deve salvaguardare da alcuni rischi e facili tentazioni

 

 

 

-          A volte si ha della carità un concetto riduttivo, funzionale. I poveri sono necessari per fare la carità. L’impegno doveroso su ogni necessità e quindi anche su quelle più estreme, ultime, non deve far correre il rischio che esse diventino funzionali al nostro successo, anche spirituale.

-          La tentazione del gestionale. Non è compito della comunità cristiana essere la bella o la brutta copia dei servizi sociali pubblici. Compito della comunità è generare dei segni di novità nei rapporti tra le persone e rispondere alle povertà, non nella forma dell’efficienza, ma nella forma dell’efficacia, del cambiamento dei meccanismi personali e sociali, della conversione, anche delle strutture, ...

-          La tentazione del buon cuore. Una carità espressione di generosità generata solo dalla commozione, da situazioni di emergenza, da bisogni da risolvere, più che da uno stile di vita da assumere, da scelte di cambiamento e di condivisione da esprimere a livello personale e comunitario.

 

 

 

 

 

 

 

 

3.2.            Animare alla testimonianza comunitaria della carità curando le relazioni nell’abitare il territorio, nella famiglia, nella parrocchia e nel tessuto sociale (la missionarietà della testimonianza di carità).

 

 

 

 

 

 

 

“Abbiamo creduto all’amore di Dio: così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Deus caritas est, 1).

 

 

 

 

 

 

 

Se la storia non è un semplice succedersi di fatti, ma è qualcosa di più: è un luogo in cui al credente è chiesto di porsi in ascolto di un Dio che nei fatti e nei volti interpella, di un Dio che invita al cambiamento e alla missione, allora ogni fatto o avvenimento è un fatto che interpella, un avvenimento che provoca le nostre comunità, quasi forzandole ad uscire dal lento quanto annoiato percorso di vita, ritmato dal ripetersi di gesti e parole, per accogliere una domanda che da “altrove” giunge ad esse.

 

 

 

 

 

 

 

Chiamati a comunicare il vangelo in un mondo che cambia, mai come oggi l’evangelizzazione ha un tema così aderente agli interessi, alle attenzioni e alle domande della gente:

 

 

 

-          un’evangelizzazione seria, senza tradire nulla, sarà legata alla realtà che si vive ogni giorno, alle case e alle strade dei nostri territori, ai temi e alle problematiche scontate, ma ineliminabili, della vita, della giustizia, della dignità, dello scoraggiamento, della disperazione e del futuro di tantissime persone, intravisto e per nulla sereno;

 

 

 

-          frequentare ed abitare le nostre esperienze ecclesiali, dentro la storia e i territori a cui appartengono, significa lasciar risuonare nelle nostre comunità cristiane l’interrogativo su “quale volto di Dio” incontra chi frequenta le nostre assemblee. Significa saldare la pastorale dell’accoglienza con il dovere della denuncia, con il coraggio dell’andare a cercare, dell’andare dove la dignità dell’uomo è più calpestata e dove il grido è più soffocato e zittito: “… la stessa sollecitudine per il vero bene dell’uomo che ci spinge a prenderci cura delle sorti delle famiglie e del rispetto della vita umana si esprime nell’attenzione ai poveri che abbiamo tra noi, agli ammalati, gli immigrati, ai popoli decimati dalle malattie, dalle guerre e dalla fame… Ricordiamoci sempre delle parole del Signore: quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt.25,40)” (Benedetto XVI – Assemblea Generale CEI - 30 maggio 2005).

 

 

 

 

 

 

 

Una Chiesa troppo chiusa nel tempio o abbarbicata attorno al campanile è una comunità che non solo si sottrae alle grida degli uomini, ma che si dimentica anche della fedeltà alla Parola e al Pane del suo Dio: “Le parrocchie devono continuare ad assicurare la dimensione popolare della Chiesa, rinnovandone il legame con il territorio nelle sue concrete e molteplici dimensioni sociali e culturali: c’è bisogno di parrocchie che siano case aperte a tutti, si prendano cura dei poveri, collaborino con altri soggetti sociali e con le istituzioni, promuovano cultura in questo tempo della comunicazione” (CEI – nota pastorale, introduzione - Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia). Una Chiesa che alla Caritas e alle realtà del servizio di carità chiede l’umile ma coraggioso gesto di affermare e visibilizzare amore, di fare giustizia, di promuovere opere e locande di accoglienza e condivisione e nell’animare la comunità e il territorio per far crescere sempre più comunione, testimonianza di carità, carità di popolo. 

 

 

 

 

 

 

 

Rileggere il vasto mondo delle parrocchie e dei territori nella prospettiva del “laboratorio di relazioni” significa ribadire la centralità dell’uomo - che nella relazione realizza la sua identità di persona - e la funzione storica di una “Chiesa esperta in umanità”. Questo presupposto conduce all’individuazione di alcuni principali ambiti di lavoro pastorale che possano essere scelti come sperimentazioni-laboratori, all’interno della comunità, a servizio della cura delle relazioni e delle collaborazioni: “… In un contesto che spesso conduce alla dispersione e all’aridità, cresce per contrasto l’esigenza di legami caldi… Le parrocchie devono essere dimore che sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo” (CEI, nota pastorale - Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2).

 

 

 

 

 

 

 

q       La cura delle relazioni in famiglia e tra famiglie.

 

 

 

La famiglia appare oggi profondamente segnata da conflittualità, separazioni, abbandoni e distanze, disagio ed esclusione. Particolare cura deve essere rivolta alle famiglie segnate dal dolore, dalla separazione dei coniugi e/o da relazioni parentali frantumate e confuse, soprattutto per i minori. Le comunità cristiane sono chiamate a valorizzare le “opportunità di contatto” per impostare cammini di ascolto e accompagnamento e per costruire il tessuto di una parrocchia che si fa famiglia di famiglie e realizza, soprattutto nei contesti più ampi, nuove storie di prossimità e di missionarietà. Lo dimostrano, pur nell’ordinarietà e semplicità dei cammini, le numerose esperienze di famiglie solidali che costruiscono comunione tra i propri membri, condividono la cura dei figli e degli anziani e trovano la forza di accogliere chi è nel bisogno. Sono queste pagine vincenti di storia evangelica, di quella vittoria della croce che ci è assicurata e donata.

 

 

 

 

 

 

 

q       La cura delle relazioni in parrocchia e tra parrocchie.

 

 

 

Parlare di parrocchia come laboratorio di relazioni e come “famiglia di famiglie” sarebbe riduttivo se la si schiacciasse su singole esperienze, o se si trascurasse la ricchezza delle altre espressioni carismatiche che prendono vita al suo interno (le comunità religiose, i gruppi, i movimenti, le associazioni, …). Doni suscitati dallo Spirito, queste esperienze sfidano la parrocchia a “farsi insieme di laboratori”, comunione di comunità che parlano il linguaggio che permette a ciascun uomo e a ciascuna cultura di capirsi e di capire l’orizzonte storico della salvezza. Un elemento fondamentale da tenere costantemente presente è che la parrocchia appartiene alla Chiesa locale e quindi va favorita la relazione, l’interazione e l’integrazione tra parrocchie.

 

 

 

 

 

 

 

q       La cura di un rinnovato tessuto di relazioni sociali.

 

 

 

Anche attraverso l’azione della Caritas la comunità cristiana può assumere il ruolo di soggetto che realizza cammini di collaborazione e proposte educative per promuovere un modello fraterno di relazioni sociali che diventi cultura, stile, civiltà diffusa e condivisa. Nell’assumere questa responsabilità educativa, la comunità è chiamata a ricomprendersi quale soggetto di cittadinanza territoriale che si confronta in rete con le diverse organizzazioni della società civile intorno alla costruzione di risposte alle istanze comunitarie. I cristiani diventano così costruttori e tessitori di legami forti. Rientrano in quest’ambito anche le relazioni con le istituzioni del pubblico e del privato, in cui le comunità non possono rinunciare alla funzione di sentinelle nei confronti del territorio e di tutti quelli che lo abitano, in particolare dei poveri.

 

 

 

 

 

 

 

3.3.            Animare alla testimonianza comunitaria della carità attraverso la pedagogia dei fatti (la funzione prevalentemente pedagogica)

 

 

 

 

 

 

 

Gli operatori e gli animatori della carità“…devono essere persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato con il suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo. Il criterio ispiratore del loro agire dovrebbe essere l’affermazione di Paolo: l’amore del Cristo ci spinge (2Cor.5,14)” (Deus caritas est, 33). Benedetto XVI esorta a “camminare nella carità” caratterizzandola di concretezza e immediatezza, di competenza e passione, di progettualità e gratuità:

 

 

 

-          Gesti concreti, impegni personali e familiari, accoglienza e ospitalità nella propria casa o nei luoghi di accoglienza comunitaria, messa a disposizione gratuita del proprio tempo e delle proprie capacità, presa in carico da parte della comunità cristiana di un servizio continuativo, legami durevoli nel tempo con una comunità del Sud del mondo, interventi di solidarietà nelle emergenze, … possono essere occasioni per crescere come famiglia di Dio, per aprirsi a una fraternità sempre più ampia.

 

 

 

-          Agire nel quotidiano, sporcarsi le mani con i poveri, progettare insieme le risposte e riflettere sul senso di quello che si fa, di che cosa cambia nella vita degli ultimi e della comunità che li accoglie, sono orizzonti che si aprono percorrendo la via della prossimità, del servizio e del dono di sé.

 

 

 

-          Ed ancora, lo stretto collegamento tra gli impegni di carità e i doveri di giustizia, la percezione che per risolvere i problemi bisogna risalire alle cause e contrastarle, il legame esistente tra lo sviluppo dei popoli e lo sviluppo della pace nel mondo, la necessità di saldare insieme le grandi prospettive di cambiamento sociale e politico con i piccoli passi quotidiani e con la coerenza personale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.     ITINERARIO di conversione pastorale per una vera animazione alla comunione e alla testimonianza comunitaria della carità.

 

 

 

 

 

 

 

Cerco di concludere collocando la conversione che deve avvenire nelle nostre parrocchie, perché la testimonianza di carità sia via di evangelizzazione, su un itinerario che ci impegni a compiere almeno sette passi in una possibile, giusta e condivisa direzione:

 

 

 

-          Dalla carità individuale alla carità a dimensione comunitaria (occorre dare un minimo di organizzazione alla pastorale della carità: Caritas parrocchiale, centro di ascolto, osservatorio delle povertà e risorse, casa-opere della carità, …).

 

 

 

-          Dall’aiuto occasionale, emotivo, una tantum all’aiuto di virtù di carità (occorre educare alla virtù della carità: sentimenti, pensieri, parole e opere di carità, …).

 

 

 

-          Dall’elemosina alla solidarietà (attuare costantemente il passaggio da una carità elemosina ad una carità politica: carità e giustizia coniugate insieme).

 

 

 

-          Dalla carità ecclesiale alla carità di rete con le istituzioni pubbliche (noi con loro, noi con le realtà dell’intero territorio, noi nello stile della partecipazione, collaborazione e corresponsabilità territoriale: cittadini credenti).

 

 

 

-          Dall’aiuto materiale all’attenzione alla persona in tutta la sua globalità (ascolto, osservazione, ospitalità, accoglienza, prossimità, relazione, farsi carico, condivisione, …).

 

 

 

-          Dalla solidarietà alla fraternità (riconoscere l’altro come fratello, come portatore di dignità e di dono, l’altro non solo destinatario di dono ma soggetto di dono, …).

 

 

 

-          Dall’assistenza alla promozione (azioni non solo di assistenza ma di promozione, di accompagnamento, di liberazione, …).

 

 

 

            Tutto questo con la duplice preoccupazione di attenzione ai poveri per rivelare il volto di Dio che è AMORE e di sviluppo delle tre funzioni ecclesiali, poiché la Chiesa evangelizza attraverso quello che essa: È’ (segni – celebrare la carità); DICE (parole – annunciare la carità) e FA (opere – testimoniare la carità).

 

 

 

 

 

 

 
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